Manifesto
Noi crediamo che l’informatica sia la novità culturale più rilevante del XX secolo e abbia rivoluzionato e continui a rivoluzionare sia la scienza sia il nostro agire quotidiano, in virtù del peculiare rapporto che in essa si crea fra modelli teorici e la loro realizzazione in prodotti tecnologici che sono in grado di interagire direttamente col mondo e diventarne parte. Crediamo inoltre che l’informatica giochi un ruolo di primo piano nella formazione dell’oggi, dei processi culturali, sociali e economici che formano la contemporaneità.
Eppure tale disciplina è spesso considerata, nell’accezione comune, solo come attività a- o post-scientifica, legata soprattutto all’utilizzare e al riparare macchine e dispositivi automatici. La nozione di tecnica cui spesso si associa l’informatica non ha nulla a che vedere con la più ricca e adeguata nozione di τέχνη che è alla base del lavoro degli ingegneri né con ciò che a volte chiamiamo informatica applicata o applicativa.
Questa idea errata e fuorviante dell’informatica non è diffusa soltanto nell’opinione comune, ma è pervasiva anche nei luoghi di decisione, nei consigli di amministrazione delle aziende così come nei ministeri, nelle scuole così come nelle università. Tale convinzione rischia di danneggiare la comunità scientifica informatica, ma ha effetti molto gravi anche sulla didattica dell’informatica nelle università. Da un lato i nostri studenti incontrano grandi difficoltà, una volta laureati, nel trovare impieghi adeguatamente qualificati o posti di responsabilità; la loro nomea di “tecnici” li svantaggia, infatti, nella competizione con i colleghi ingegneri, economisti o umanisti. La qualità stessa dell’insegnamento universitario è danneggiata, per almeno tre diverse ragioni: i) gli studenti più capaci sono spesso privi degli strumenti necessari a cogliere gli aspetti di interesse e le sfide culturali nella scelta di un corso di laurea in informatica; ii) gli studenti del corso di studio più intellettualmente brillanti avvertono un senso di inferiorità e frustrazione rispetto ai colleghi di altri corsi di studio e rispetto al ruolo che la società sembra riservare loro; iii) per contro, gli studenti che hanno scelto l’informatica perché attirati proprio dall’idea di acquisire competenze prevalentemente professionalizzanti, nel senso più basso del termine, vivono con fastidio l’inutile perdita di tempo dovuta allo studio della disciplina: ciò scoraggia i loro colleghi così come gli stessi docenti.
Noi siamo coscienti che la capacità di invertire questa cultura diffusa dell’informatica è un compito difficilissimo. È infatti necessario scontrarsi con convinzioni profonde, con un sistema di comunicazione capillare e con dinamiche economico-culturali radicate nel nostro Paese. Crediamo tuttavia che questa impresa vada tentata e perseguita con pazienza e dedizione, in una prospettiva di lungo periodo. Gli strumenti sono principalmente tre: i) la divulgazione della cultura dell’informatica; ii) l’orientamento agli studi incentrato sulla conoscenza della disciplina più che sulla dimestichezza con le dinamiche dell’ambiente universitario; iii) la diffusione dello spirito e della curiosità che anima gli studiosi che si occupano di informatica. Vorremmo che il fascino e la passione per le sfide intellettuali che hanno spinto noi verso l’informatica spingano anche i nostri studenti futuri. Crediamo a forme di comunicazione non convenzionali, che sappiano coinvolgere in modo attivo i nostri interlocutori. Crediamo, da informatici, che si debba inventare il modo di affrontare la sfida.
Per queste ragioni nasce Aladdin.